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ANSIA: ISTRUZIONI PER L'USO

"Che Ansia!" "C'ho l'ansia!" sembra ormai essere diventata una frase di  moda.

Sappiamo veramente di cosa si tratta?  Facciamo un pò di chiarezza.

Il termine ansia deriva dalle parole latine "ango" che vuol dire stringere, soffocare e "anxius" ossia affannoso, inquieto; dunque qualcosa che toglie il respiro, che soffoca, creando affanno ed inquietudine.


In Psicologia è spiegata come una manifestazione a livello emotivo di paura, apprensione; a livello somatico e neurovegetativo come tensione muscolare, respiro affannoso, aumento del battito cardiaco, sudorazione, tremore, vertigini; a livello mentale come un aumento dell'attività cognitiva caratterizzata da pensieri persistenti e preoccupazione. Tutto ciò trova una corrispondenza ormonale, che ne spiega la sintomatologia, in particolare per la produzione di cortisolo (il cosiddetto ormone dello stress-paura-ansia), adrenalina e noradrenalina.

L'ansia è "buona" o "cattiva"?
Cominciamo col dire che l'ansia è una normale e comune reazione psicofisiologica, non si tratta di definirla buona o cattiva,  ma piuttoso occorre considerare i livelli di attivazione. Come già descritto qui "se i livelli sono troppo bassi, non c’è sufficiente attivazione psicofisiologica da permettere una buona motivazione e concentrazione e può dar luogo a sensazioni di stanchezza, apatia, rallentamento ed impotenza; al contrario, quando l’arousal è troppo elevata, aumenta il battito cardiaco, la sudorazione, la pressione arteriosa, diminuisce il controllo delle reazioni emotive (paura, pensieri di fallimento, catastrofici, ecc) che impediscono all’attenzione e alla concentrazione di essere ottimali". 

IMPARIAMO A RILASSARCI E A GODERCI LA VITA

      Cosa fate di solito per rilassarvi? C'è qualcosa ve lo impedisce o lo rende difficile?
     A volte pensieri, preoccupazioni, emozioni forti ostacolano il riposo, seppur desideriamo rilassare il corpo e non pensare a niente, non ci riusciamo perché la mente continua a lavorare e macinare, interferendo sul nostro riposo.

   
Perché succede? Nella tradizione occidentale siamo abituati a pensare che la mente sia una cosa, il corpo un’altra e le emozioni un’altra ancora… come se fossero dei compartimenti stagni che non comunicano tra loro. Le nuove ricerche delle neuroscienze e della PNEI (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia) stanno dimostrando esattamente il contrario e cioè che mente-corpo-emozioni sono un tutt’uno, sono strettamente connesse e collegate. Questa conoscenza di unità e totalità, ancora presente nelle tradizioni orientali, si sono col tempo perse nel mondo occidentale, con la conseguente divisione delle aree mediche (organiche) e psichiche (cognitive ed emotive).

     Una dimostrazione evidente di quanto mente, corpo ed emozioni siano interconnesse è l'ansia: cosa succede quando ci viene l’ansia? Il cuore comincia ad battere forte, il respiro diventa affannoso, emergono paura e preoccupazione; in altre parole avviene una manifestazione psico-somatica, un'attivazione che coinvolge tutte e tre le componenti.

MINDFULNESS: DEFINIZIONE, PRATICA E BENEFICI

Sempre più spesso sentiamo parlare di MINDFULNESS… ma che cos’è? Come si pratica? Quali benefici apporta?

DEFINIZIONE
Mindfulness è una parola anglofona il cui significato letterale è “attenzione cosciente”, “consapevolezza”. Con quest’espressione s’intende quella specifica pratica meditativa, che consiste nel “vivere momento per momento” (Kabat-Zinn, 1991), prestando attenzione al presente (qui e ora), intenzionalmente e con sospensione del giudizio.

Il Biologo molecolare Jon Kabat-Zinn, appassionato di yoga e meditazione zen, creò negli anni settanta un programma che integrava le conoscenze scientifiche alle pratiche zen e fondò nel 1979, a Boston, la prima clinica di riduzione dello stress basata sulla consapevolezza. La sua diffusione fino ad oggi è stata esponenziale, al punto da essere presente non solo in campo clinico, ma anche educativo, sportivo, aziendale e in generale in tutto ciò che ha a che fare col benessere.
Seppur derivando in parte dalla tradizione buddista, la mindfulness non è una pratica religiosa, ma piuttosto una pratica meditativa di consapevolezza.  Non è una tecnica di rilassamento, questo semmai può essere un effetto secondario, ma non lo scopo principale.

Nella nostra società ci troviamo sempre più spesso sballottolati da un impegno all’altro, sommersi fino al collo di appuntamenti, scadenze, in una routine che rischia di farci andare avanti con il pilota automatico inserito; quante volte capita di arrivare in un posto senza esserci accorti come? O di mangiare in fretta e furia mentre parliamo al telefono, leggiamo o guardiamo la tv. Tutte queste azioni automatiche sono il contrario della mindfulness, in quanto si tratta di esperienze che viviamo inconsapevolmente, senza averne piena coscienza. La mindfulness è, invece, essere consapevoli, attenti a ciò che facciamo mentre lo facciamo: respirare, camminare, mangiare… ogni azione può essere vissuta consapevolmente e senza giudizi. I giudici più severi siamo, infatti, noi stessi, quando ci colpevolizziamo di aver fatto o non aver fatto qualcosa, quando ci critichiamo, quando non accettiamo chi siamo, cosa pensiamo o proviamo; la pratica della mindfulness è l’opposto di tutto ciò, è la piena accettazione di sé senza giudizi, semplicemente come atto di consapevolezza; così, a lungo andare, essa diviene una modalità di pensare e di vivere che si acquisisce praticandola.

Tra i vari protocolli di mindfulness esistenti, quello di Mindfulness Psicosomatica (PMP) oltre a rendere più consapevoli, aiuta a ristabilire l'equilibrio olisitco tra mente, corpo ed emozioni facilitando un'esperienza di unità (olos) in cui la divisione scompare ed emerge uno stato di silenzio, pace e benessere. Infatti, specie ai nostri giorni, la testa è costantemente bombardata da stimoli (lavoro, riunioni, email, programmi, ecc) a scapito delle emozioni e del corpo che devono essere soggetti a quanto essa comanda; per cui i bisogni di espressione dell'uno o dell'altra (per es. dormire, piangere, rilassarsi, giocare, arrabbiarsi) vengono continuamente soppressi dalla mente. Anche quando crediamo di usare il corpo, ad esempio quando corriamo, andiamo in palestra o facciamo altri tipi di sport, in realtà stiamo eseguendo comandi che la mente invia al corpo (camminare, correre, piegarsi, saltare) con il suo quasi totale controllo. Al contrario, attraverso le tecniche del Protocollo Mindfulness Psicosomatica (Monteccucco), si impara a lascar andare i processi mentali, a percepire con il corpo e dal corpo direttamente e a far fluire liberamente le emozioni che spesso rifiutiamo o non ci permettiamo di esprimere.


TRAINING AUTOGENO: CHE COS’ È, COME E PERCHÈ PRATICARLO?


Molti conoscono il Training Autogeno (TA) per sentito dire, ne hanno una vaga idea e spesso lo associano all’ipnosi o all’autosuggestione. Con questo articolo cercherò di spiegare cosa sia, come lo si può praticare e in quali circostanze.

ORIGINI
Il TA nasce nel 1932, per opera di uno psichiatra tedesco, Johannes Heinrich Shultz, il quale dopo aver condotto degli studi sull’ipnosi col neurologo Oskar Vogt, cominciò a pensare ad una pratica che permettesse ai pazienti non solo di raggiungere un certo grado di benessere, ma di farlo senza “dipendere” necessariamente dalla presenza del professionista, come avveniva con le tecniche diffuse fino a quel momento, la psicoanalisi e l’ipnosi.

SIGNIFICATO E DEFINIZIONE
Cosa vuol dire training autogeno? Dal tedesco “das autogene Training”, ossia l’allenamento auto-geno (autòs= da sé, genòs= che si genera), si tratta di una specifica tecnica che consente di allenarsi da soli, ma a fare cosa? A rilassarsi, ad entrare in uno stato psicofisico profondo di calma, tranquillità e benessere, tale da poter essere riprodotto non solo in successivi allenamenti, ma anche semplicemente ripensandoci.
 Il cervello, infatti, è un potente strumento di riproduzione, una sorta di lettore dvd che, attraverso degli stimoli sensoriali, si attiva (come il play) facendo rivivere ciò che si è vissuto in passato. Da qui lo sviluppo di alcuni disturbi, come il disturbo acuto o post traumatico da stress, caratterizzato da flashback, sogni, ricordi, immagini angoscianti e ricorrenti che affiorano alla mente e che riproducono lo stesso vissuto emotivo esperito durante l’evento traumatico (incidente, perdita, lutto, abbandono, ecc.).
Invece di rivivere emozioni e sensazioni negative, chi pratica il TA potrà essere in grado di riattivare in ogni momento e situazione lo stesso stato di quiete psicofisica che raggiunge durante gli esercizi appresi, senza aver bisogno di rifarli per intero. Andiamo a capire come.

ANSIA, STRESS E STUDIO


Durante il periodo di studi sia a scuola che all’università le richieste di prestazione cognitiva per gli studenti sono molte e frequenti (verifiche, interrogazioni, esami, test d’ingresso, ecc.) e spesso può risultare difficile gestire l’ansia e lo stress ad esse associati.

Ansia e stress sono necessariamente fattori negativi? Come influiscono sull’organizzazione dello studio e sulla prestazione?
Ogni evento critico a seconda di come venga percepito e gestito, può dar luogo ad effetti positivi o negativi per il benessere dell’individuo.
Nel momento in cui l'organismo si trova di fronte ad un agente stressante, detto stressor, questo cerca di adattarsi e ristabilire la precedente condizione (omeostasi); tale processo avviene in 3 fasi: allarme, resistenza, esaurimento (Seyle, 1956).