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UNA VITA PIÙ CONSAPEVOLE, UNA VITA PIÙ FELICE

Consapevolezza, una parola molto diffusa che ormai troviamo ovunque; cosa vuol dire?
Ecco alcuni significati: aver piena conoscenza di qualcosa, essere perfettamente al corrente, sapere, conoscere, essere cosciente. È un qualcosa di simile alla conoscenza e al sapere, ma più profondo perché se ne è fatta anche esperienza. 

Si può essere consapevoli di qualcosa che è sia all’esterno che all’interno di sé; per esempio, io posso sapere cosa sia il fuoco perché ne ho sentito parlare, l’ho visto nei video, magari anche dal vivo, ma sono diventata consapevole di cosa realmente sia quando ne ho avuto esperienza, quando ho fatto un falò, quando mi sono bruciata ed ho imparato a mie spese/preso consapevolezza (prima lo sapevo per sentito dire) che se si mette il dito sulla fiamma, dopo un po' ci si brucia.

Essere consapevoli di se stessi, invece, vuol dire sapere, avere la cognizione di esistere, di essere al mondo, un essere umano, ma più che saperlo significa sentirlo sulla propria pelle, viverlo. Possiamo includere la consapevolezza di sé in 3 categorie:
  • consapevolezza cognitiva e quindi sapere di essere un “essere pensante” (cogito ergo sum), essere consapevole dei miei pensieri, dei ragionamenti, di ciò che percepisco, ecc.
  • consapevolezza corporea, che non vuol dire semplicemente sapere di avere un corpo, ma sentirlo, percepirci come degli esseri incarnati in un corpo, muoversi, stare fermi, compiere ogni azione sentendo non con la mente, ma con il corpo.    
  • consapevolezza emotiva, non è solo sapere di avere delle emozioni, si avvicina a quella che Goleman (1995) chiamava “intelligenza emotiva”, ovvero la capacità di riconoscere le proprie ed altrui emozioni, saperle esprimere e gestire.

MINDFULNESS: DEFINIZIONE, PRATICA E BENEFICI

Sempre più spesso sentiamo parlare di MINDFULNESS… ma che cos’è? Come si pratica? Quali benefici apporta?

DEFINIZIONE
Mindfulness è una parola anglofona il cui significato letterale è “attenzione cosciente”, “consapevolezza”. Con quest’espressione s’intende quella specifica pratica meditativa, che consiste nel “vivere momento per momento” (Kabat-Zinn, 1991), prestando attenzione al presente (qui e ora), intenzionalmente e con sospensione del giudizio.

Il Biologo molecolare Jon Kabat-Zinn, appassionato di yoga e meditazione zen, creò negli anni settanta un programma che integrava le conoscenze scientifiche alle pratiche zen e fondò nel 1979, a Boston, la prima clinica di riduzione dello stress basata sulla consapevolezza. La sua diffusione fino ad oggi è stata esponenziale, al punto da essere presente non solo in campo clinico, ma anche educativo, sportivo, aziendale e in generale in tutto ciò che ha a che fare col benessere.
Seppur derivando in parte dalla tradizione buddista, la mindfulness non è una pratica religiosa, ma piuttosto una pratica meditativa di consapevolezza.  Non è una tecnica di rilassamento, questo semmai può essere un effetto secondario, ma non lo scopo principale.

Nella nostra società ci troviamo sempre più spesso sballottolati da un impegno all’altro, sommersi fino al collo di appuntamenti, scadenze, in una routine che rischia di farci andare avanti con il pilota automatico inserito; quante volte capita di arrivare in un posto senza esserci accorti come? O di mangiare in fretta e furia mentre parliamo al telefono, leggiamo o guardiamo la tv. Tutte queste azioni automatiche sono il contrario della mindfulness, in quanto si tratta di esperienze che viviamo inconsapevolmente, senza averne piena coscienza. La mindfulness è, invece, essere consapevoli, attenti a ciò che facciamo mentre lo facciamo: respirare, camminare, mangiare… ogni azione può essere vissuta consapevolmente e senza giudizi. I giudici più severi siamo, infatti, noi stessi, quando ci colpevolizziamo di aver fatto o non aver fatto qualcosa, quando ci critichiamo, quando non accettiamo chi siamo, cosa pensiamo o proviamo; la pratica della mindfulness è l’opposto di tutto ciò, è la piena accettazione di sé senza giudizi, semplicemente come atto di consapevolezza; così, a lungo andare, essa diviene una modalità di pensare e di vivere che si acquisisce praticandola.

Tra i vari protocolli di mindfulness esistenti, quello di Mindfulness Psicosomatica (PMP) oltre a rendere più consapevoli, aiuta a ristabilire l'equilibrio olisitco tra mente, corpo ed emozioni facilitando un'esperienza di unità (olos) in cui la divisione scompare ed emerge uno stato di silenzio, pace e benessere. Infatti, specie ai nostri giorni, la testa è costantemente bombardata da stimoli (lavoro, riunioni, email, programmi, ecc) a scapito delle emozioni e del corpo che devono essere soggetti a quanto essa comanda; per cui i bisogni di espressione dell'uno o dell'altra (per es. dormire, piangere, rilassarsi, giocare, arrabbiarsi) vengono continuamente soppressi dalla mente. Anche quando crediamo di usare il corpo, ad esempio quando corriamo, andiamo in palestra o facciamo altri tipi di sport, in realtà stiamo eseguendo comandi che la mente invia al corpo (camminare, correre, piegarsi, saltare) con il suo quasi totale controllo. Al contrario, attraverso le tecniche del Protocollo Mindfulness Psicosomatica (Monteccucco), si impara a lascar andare i processi mentali, a percepire con il corpo e dal corpo direttamente e a far fluire liberamente le emozioni che spesso rifiutiamo o non ci permettiamo di esprimere.


REAGIRE VS AGIRE: VIVERE CONSAPEVOLMENTE

"Si sta come

 d'autunno

 sugli alberi

le foglie"

(G. Ungaretti)





Questa famosa poesia di Ungaretti si riferisce alla fragilità della vita dei soldati al fronte che, come le foglie secche in autunno, con un solo colpo di vento (o di fucile) possono cadere e quindi morire.

Tralasciando l'ambientazione storica e i significati connotativi voluti dal poeta, potremmo applicare la poesia a noi stessi e pensarci come delle foglie.

Ne esistono di varie forme e colori, alcune più grandi e altre più piccole, ma ad accomunarle tutte è la loro tendenza a muoversi e spostarsi sospinte dal vento: basta una piccola brezza perchè la foglia ondeggi sull'albero e, qualora fosse già a terra, si sposti dal  luogo in cui è.

Si può dire che la foglia abbia la caratteristica di subire e reagire passivamente ai movimenti eolici, non agisce da sè decidendo autonomamente dove andare e come muoversi; qualche volta anche noi siamo simili alle foglie al vento, in quanto basta un piccolo evento per farci reagire con rabbia, con tristezza o risentimento. Ed è così che ci troviamo a subire gli eventi come la foglia autunnale di Ungaretti e reagiamo, delle volte cadendo e facendoci male.

CONTROLLO VS GESTIONE DELLE EMOZIONI


Nel film di Walt Disney "Frozen", la protagonista Elsa ha un potere: trasformare gli oggetti in ghiaccio e crearne altri dal nulla. 
Non sa ancora se è un dono o una maledizione, quel che sa è che non riesce a gestirlo e inizia a cercare di controllarlo (per non usarlo), a nasconderlo e a detestarlo. Così facendo, arriva ad odiare se stessa, a rinchiudersi nella sua stanza e a non accettarsi senza imparare mai ad usare il suo potere.
Risultato: insicura e sola, sopraffatta dal suo potere, questo diventa un'arma distruttiva                                                                                             incontrollabile.

Si può pensare che si tratti solo di un racconto fiabesco, ma ha molto a che fare con la realtà.
Tutti noi abbiamo un potere, le emozioni, e il modo in cui le accogliamo, accettiamo, gestiamo ed usiamo può determinare se saranno un "dono" o una "maledizione".