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IMPARIAMO A RILASSARCI E A GODERCI LA VITA

      Cosa fate di solito per rilassarvi? C'è qualcosa ve lo impedisce o lo rende difficile?
     A volte pensieri, preoccupazioni, emozioni forti ostacolano il riposo, seppur desideriamo rilassare il corpo e non pensare a niente, non ci riusciamo perché la mente continua a lavorare e macinare, interferendo sul nostro riposo.

   
Perché succede? Nella tradizione occidentale siamo abituati a pensare che la mente sia una cosa, il corpo un’altra e le emozioni un’altra ancora… come se fossero dei compartimenti stagni che non comunicano tra loro. Le nuove ricerche delle neuroscienze e della PNEI (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia) stanno dimostrando esattamente il contrario e cioè che mente-corpo-emozioni sono un tutt’uno, sono strettamente connesse e collegate. Questa conoscenza di unità e totalità, ancora presente nelle tradizioni orientali, si sono col tempo perse nel mondo occidentale, con la conseguente divisione delle aree mediche (organiche) e psichiche (cognitive ed emotive).

     Una dimostrazione evidente di quanto mente, corpo ed emozioni siano interconnesse è l'ansia: cosa succede quando ci viene l’ansia? Il cuore comincia ad battere forte, il respiro diventa affannoso, emergono paura e preoccupazione; in altre parole avviene una manifestazione psico-somatica, un'attivazione che coinvolge tutte e tre le componenti.

UNA VITA PIÙ CONSAPEVOLE, UNA VITA PIÙ FELICE

Consapevolezza, una parola molto diffusa che ormai troviamo ovunque; cosa vuol dire?
Ecco alcuni significati: aver piena conoscenza di qualcosa, essere perfettamente al corrente, sapere, conoscere, essere cosciente. È un qualcosa di simile alla conoscenza e al sapere, ma più profondo perché se ne è fatta anche esperienza. 

Si può essere consapevoli di qualcosa che è sia all’esterno che all’interno di sé; per esempio, io posso sapere cosa sia il fuoco perché ne ho sentito parlare, l’ho visto nei video, magari anche dal vivo, ma sono diventata consapevole di cosa realmente sia quando ne ho avuto esperienza, quando ho fatto un falò, quando mi sono bruciata ed ho imparato a mie spese/preso consapevolezza (prima lo sapevo per sentito dire) che se si mette il dito sulla fiamma, dopo un po' ci si brucia.

Essere consapevoli di se stessi, invece, vuol dire sapere, avere la cognizione di esistere, di essere al mondo, un essere umano, ma più che saperlo significa sentirlo sulla propria pelle, viverlo. Possiamo includere la consapevolezza di sé in 3 categorie:
  • consapevolezza cognitiva e quindi sapere di essere un “essere pensante” (cogito ergo sum), essere consapevole dei miei pensieri, dei ragionamenti, di ciò che percepisco, ecc.
  • consapevolezza corporea, che non vuol dire semplicemente sapere di avere un corpo, ma sentirlo, percepirci come degli esseri incarnati in un corpo, muoversi, stare fermi, compiere ogni azione sentendo non con la mente, ma con il corpo.    
  • consapevolezza emotiva, non è solo sapere di avere delle emozioni, si avvicina a quella che Goleman (1995) chiamava “intelligenza emotiva”, ovvero la capacità di riconoscere le proprie ed altrui emozioni, saperle esprimere e gestire.

ALTOLA’ ALLA DEPRESSIONE!

Basta fare una semplicissima ricerca su google scrivendo depressione, e voilà una lista di sintomi e criteri diagnostici di uno o più manuali psichiatrici che indicano cosa occorra avere o non avere (mi raccomando, un certo numero esatto di sintomi) per poter essere veramente classificata come depressione! Al di là del tono sarcastico, di fatto il confine tra ciò che è patologico e non, è molto sottile ma anche ben definito, infatti viene diagnosticata la depressione maggiore solo se si hanno almeno 5 sintomi secondo un criterio e se ne soddisfano altri due. Quando ci sono “solo” 4 o 3 sintomi? Cosa vuol dire che non è patologia, ovvero malattia e quindi si sta bene? Spesso questi casi vengono inseriti in altri disturbi dell’umore o non altrimenti specificati.
Ma oggi non voglio parlare dei criteri diagnostici, né di manuali o psicologismi vari… non voglio rifermi al disturbo di depressione maggiore o altri disturbi dell’umore, bensì a tutto ciò che è dentro, fuori ed intorno alla depressione, intesa come ciò che viene definito il “male dei nostri giorni”, come indicato dai dati statistici dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Salute) secondo cui 1/5 della popolazione mondiale è depresso.
Cominciamo dall’etimologia… Dal latino depressionis e dal verbo de (giù) – primere (premere, pigiare), ossia premere in giù, è un’espressione che indica che qualcosa o qualcuno va verso il basso: l’umore, la tensione nervosa, la forza, la vitalità… E se va verso il basso, cala, vuol dire che in un certo periodo di tempo era più su.

La depressione viene frequentemente descritta come il mal di vivere, o detto in altre parole, il vivere male! Si vive male perché è successo qualcosa (un lutto, una separazione, una perdita), perché non si riesce ad adattarsi a dei cambiamenti intorno a sé, perché non ci si diverte più (come prima), perché non si prova più gusto, piacere, non ci si gode la vita, la vita sociale è insoddisfacente (o quasi nulla); tutto diventa pesante e difficile da fare, persino le cose semplici e basilari come l’alzarsi da un letto, lavarsi, vestirsi, lavorare o fare qualsiasi attività. Questo video rende molto bene l’idea. I sintomi depressivi possono essere la causa principale del malessere o derivare da un’altra causa, quindi essere secondaria.
Il quadro completo di una depressione implica una sofferenza a tutti i livelli: fisici, cognitivi, emotivi. Si può affermare che il disagio, disturbo o blocco (psicosomatico) si manifesta a livello psicosomatico, in cui vi è un coinvolgimento di tutti i sistemi di coscienza, appunto, quella corporea, quella emotiva e quella mentale (Montecucco, 2005).

PREVENIRE E GESTIRE LO STRESS E IL BURNOUT

Recentemente ho visto in televisione una pubblicità in cui il protagonista soffre di bruciore di stomaco a causa di un forte stress lavorativo, così per “risolvere il problema” gli viene proposto un farmaco contro il suo sintomo fisico.



Mettendo da parte ogni discorso sul tipo di farmaco e sulle varie modalità di cura (in quanto non di mia competenza) e mostrando ogni gratitudine per essere in un periodo storico in cui le scienze e la medicina ci permettono di curarci, ciò che ha attirato la mia attenzione e indotto una riflessione è stato quanto ancora oggi ci si concentri sulla cura e i rimedi piuttosto che sulla prevenzione dei “mali”.

Pur apprezzando l'associazione tra evento-sintomo psicologico e sintomo fisico, forse per (de)formazione professionale, oltre ad indicazioni risolutive di cura dal punto di vista prettamente fisico, avrei proposto altri tipi di “soluzioni” che includano la prevenzione fisica, psicologica e sociale; d'altronde l'Organizzazione Mondiale della Salute stessa definisce lo stato di salute come quel “completo benessere fisico, mentale e sociale" (OMS, 1948).

Troppo abituati a pensare a noi stessi come se corpo e psiche fossero scissi e divisi in compartimenti stagni, a volte facciamo fatica a capire che corpo e mente si influenzano a vicenda; anzi, da un punto di vista olistico le due entità, psichiche e somatiche, non risultano affatto separate, ma piuttosto sono un tutt'uno mente-corpo.

Con quest'ottica possiamo pensare ad interventi che, da un lato curano e dall'altro prevengono lo stress.

Innanzi tutto cerchiamo di spiegare meglio cosa sia lo stress (vedi anche qui), oggi diventata una parola molto alla moda.La tendenza generale è quella di considerarlo un evento negativo, mentre in realtà non è tanto l'evento in sé, quanto come esso venga interpretato dall'individuo, in riferimento al rapporto tra le proprie richieste e risorse. A livello fisiologico, si tratta di un processo di adattamento dell'organismo davanti ad un agente (stressor) percepito come stressante (che eccede nelle richieste rispetto alle proprie risorse).